Ripensare l’insegnamento universitario (della filosofia) nell’attuale ripensamento della vita

Il 2020 si prospettava un anno particolarmente ricco per me e il mio lavoro. Dopo due anni dalla fine del dottorato, passati tra grandi gioie della ricerca nelle biblioteche più belle d’Europa e tra grandi amarezze nello scrivere un’application dopo l’altra, tornavo finalmente nell’ateneo di Parma in cui ero entrata matricola nel 2006, e ci tornavo come ricercatrice, docente, e coordinatrice di un progetto mio. Ci tornavo per di più come ricercatrice mamma, e essere genitore – avevo già scoperto tempo prima – è un filtro che una volta impostato modifica radicalmente la nostra visione del lavoro, della città in cui si sceglie o in cui ci si trova a vivere, di tutti i rapporti umani. Dopo la fine di un lungo “ritiro sociale” dovuto prima a una gravidanza costretta sul divano e poi ai primi mesi di vita di mio figlio Davide, mi apprestavo a prendere servizio il 1° marzo. Il 22 febbraio a Parma l’Università ha chiuso. Questa sospensione “temporanea e a scopo precauzionale” è  diventata, sotto occhi prima scettici poi sgomenti e quindi rassegnati, la sospensione dei miliardi di vite che oggi conosciamo. 

Non voglio ripercorrere l’impegno di tempo e forze creative che è stato fatto da studenti e docenti universitari per portare avanti gli insegnamenti, per riallacciare le fila dei discorsi interrotti, per ritrovare nelle aule virtuali le possibilità di dialogo e scambio reciproco che nelle facoltà umanistiche (e a filosofia in particolare) normalmente si aprono nelle aule fisiche. Sembra però che l’impegno intellettuale e creativo richiesto all’alba della “fase 2” sia equivalente o addirittura maggiore rispetto a quello dei mesi scorsi: inserire all’interno del ripensamento della vita che tutti stiamo facendo anche un ripensamento dell’insegnamento universitario, immaginando il suo futuro nei prossimi mesi e forse molto oltre. Come immaginiamo questo futuro?

  • Sperare in un rovesciamento della situazione che ci riporti alla “normalità” accademica pre-covid? Con quali probabilità?
  • Muoversi verso un’integrazione della didattica tradizionale con un uso più programmato della didattica a distanza? Con quali rischi, e quale impatto sulla qualità dell’insegnamento?
  • Prepararsi ad intervenire efficacemente per garantire il diritto allo studio a tutte le persone che saranno investite dalla probabile crisi economica? Con quali mezzi, con quali fondi?
  • Adoperarsi per prendere sempre più confidenza con le tecniche e tecnologie della didattica a distanza utilizzate finora, nella coscienza che la tecnologia va conosciuta a fondo per poterla utilizzare anziché esserne utilizzati? Ma con quale tempo, visto che i docenti erano già prima oberati di lavoro e sottoposti a ritmi di produttività esagerati (che nel caso di tanti ricercatori, soprattutto precari, hanno sollevato molte domande riguardo il loro impatto psicologico e sulla salute).
  • Prepararsi a riconsiderare uno degli elementi costitutivi dell’università contemporanea, vale a dire la sua internazionalità, valutando una diminuzione delle connessioni fisiche tra università lontane, anche in ottica di maggiore sostenibilità? A quale prezzo? Con quali alternative?
  • Fare una valutazione seria di quali saranno le categorie di studenti e docenti universitari più a rischio nel futuro prossimo? Le donne studentesse o lavoratrici? Gli studenti con disabilità, o con difficoltà maggiori nell’uso dei nuovi strumenti didattici? I fuori sede? Le famiglie con più di un figlio iscritto? I precari dell’università?

Per deformazione professionale, in questi giorni di dibattito nel mondo accademico, la mia riflessione si concentra di più sulle domande da porsi, che non sulle risposte da offrire. Sono però consapevole che le scelte che si prenderanno nei prossimi mesi (probabilmente nei prossimi 2/3 mesi) avranno un impatto decisivo sulla direzione che l’insegnamento universitario – e non solo –  avrà negli anni futuri.

Questa mia prima riflessione sul tema vuole quindi soprattutto essere un invito a prendere coscienza del dibattito, che deve svolgersi non solo fra gli strutturati dell’università ma anche, e soprattutto, fra gli studenti e fra chi oggi aspira a lavorare in accademia. Anche tutto il mondo non accademico, che negli ultimi mesi ha avuto un esempio chiarissimo dell’impatto della ricerca e dello studio nella vita di tutti, deve essere consapevole che nelle riunioni di ateneo e nelle infinite email scambiate fra professori si sta discutendo qualcosa che li riguarda molto da vicino. Per questo auspico che le lettere dei rettori siano indirizzate anche agli studenti, non solo al corpo docente, e che finiscano sui giornali, sui social, sui luoghi dove la gente si forma le opinioni. Per questo insieme al nostro gruppo di giovani filosofi “Idee in Bozza” vogliamo dare vita a un forum online dedicato alla questione (link a brevissimo qui).  Auspico anche un dibattito internazionale fra università su questo tema, perché mai come ora è chiaro che le scelte di un paese hanno conseguenze su tutti gli altri.

Stella polare di questo dibattito credo debba essere l’idea che lo studio universitario e la ricerca sono un bene comune, come la salute. Altra idea fondamentale per orientare il timone credo sia che gli studi umanistici e artistici sono un’espressione imprescindibile della nostra umanità – la solitudine di questi giorni lo ha reso lampante – e come tali vadano preservati nella loro natura e liberi da considerazioni a loro esterne. Le decisioni che si prendono devono seguire da questi due assunti.

Spero di riuscire a condividere presto nuovi contributi al dibattito. Considererò con attenzione qualsiasi opinione (ragionata) che vi sentite di condividere con me.

(l’opera di Alberto Burri in immagine è presa da: https://lapresenzadierato.com/2015/04/08/i-centanni-di-solitudine-di-alberto-burri-a-cura-di-augusto-benemeglio/)

 

 

 

One thought on “Ripensare l’insegnamento universitario (della filosofia) nell’attuale ripensamento della vita

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  1. Personalmente, da studente, sto vivendo la didattica a distanza in maniera positiva, e mi auguro anzi che se ne possa mantenere qualche pezzetto una volta terminata l’emergenza legata al coronavirus.
    Superato un primo periodo di disagio nel confrontarsi con uno strumento nuovo (almeno per me), ne ho infatti potuto apprezzarne i molti benefici: la possibilità di seguire lezioni, appunto, a distanza, una distanza che sarebbe molto più complicato colmare fisicamente (frequento un master a Venezia); l’opportunità quindi di potersi confrontare con docenti e studenti contemporaneamente presenti ma dislocati su tutto territorio nazionale e non solo; la chiarezza delle lezioni, che mi sono sembrate più lineari, più precise visto che la DaD “costringe” i docenti a strutturare chiaramente le lezioni e a preparare qualche supporto per gli studenti (spesso ci sono appunti, ppt ecc.) e gli studenti a chiarirsi bene le idee prima di porre qualche domanda, prenotandosi solitamente attraverso la chat; la possibilità di condividere immediatamente i materiali necessari caricandoli sulla piattaforma…
    Si perde anche qualcosa, mi rendo conto. Ad esempio molte relazioni o contatti “informali” che pure tante volte mi sono stati preziosissimi, nel mio percorso di studi. I docenti perdono poi le facce degli studenti, che sono un feedback importantissimo per coglierne il livello di attenzione o di noia. In più, immagino che in certe facoltà la presenza fisica sia indispensabile proprio per l’oggetto di studio (penso ad es. ad alcuni corsi di medicina o di ingegneria).
    Insomma, anche la didattica a distanza ha i suoi limiti, ma per le lezioni universitarie (per gli altri ordini di scuola si aprirebbero altri capitoli) mi auguro che almeno una porzione possa essere mantenuta anche in futuro.

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